Ventosa parto: quando si usa e perché
28/08/2026
Tra gli strumenti che l'ostetricia ha affinato nel corso di decenni di pratica clinica, la ventosa ostetrica — denominata tecnicamente vacuum extractor — occupa un posto preciso e non interscambiabile, collocandosi in quel margine operativo in cui il travaglio ha progredito fino alla fase espulsiva ma qualcosa, nel meccanismo fisiologico del parto, si è bloccato o ha rallentato in modo preoccupante. Non si tratta di una procedura d'emergenza assoluta, né di una semplice alternativa al taglio cesareo: è uno strumento che richiede indicazioni precise, un operatore addestrato e una valutazione contestuale che tiene insieme lo stato della madre, le condizioni del feto e la geometria del canale del parto.
Il parto con la ventosa viene eseguito applicando una coppetta di materiale rigido o morbido — solitamente silicone o metallo — al cranio del feto, creando una pressione negativa che consente al clinico di esercitare trazione coordinata con le spinte materne durante le contrazioni. La logica meccanica è relativamente semplice, ma l'esecuzione richiede una lettura precisa della situazione: angolo di trazione, forza applicata, numero di tentavivi, posizione della testa fetale rispetto allo stretto pelvico. Quando questi elementi vengono valutati correttamente, il vacuum extractor permette di concludere un parto vaginale che altrimenti richiederebbe un intervento chirurgico con tempi di recupero significativamente più lunghi per la puerpera.
La diffusione della ventosa ostetrica nei protocolli dei reparti di ostetricia è aumentata a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, in parallelo con la riduzione dell'uso del forcipe, strumento più invasivo che richiede una curva di apprendimento più ripida e comporta un rischio maggiore di lacerazioni del canale del parto. Oggi, in molte strutture italiane e internazionali, la ventosa rappresenta lo strumento operativo di prima scelta quando si rende necessario un parto vaginale operativo, con il forcipe riservato a situazioni specifiche o a centri con personale particolarmente formato nel suo utilizzo.
Indicazioni cliniche all'uso della ventosa ostetrica
Le indicazioni all'applicazione della ventosa si collocano tutte nella fase attiva del secondo stadio del travaglio, quando la testa fetale ha raggiunto o superato lo stretto medio della pelvi e il collo dell'utero è completamente dilatato; al di fuori di queste condizioni, l'utilizzo è controindicato, indipendentemente dall'urgenza clinica percepita. Le situazioni più frequenti riguardano la stasi del secondo stadio — ovvero la mancata progressione della parte presentata dopo un tempo giudicato congruo rispetto alle caratteristiche della donna e alla parità — e il distress fetale acuto, rilevato attraverso alterazioni significative del tracciato cardiotocografico che non si risolvono con manovre conservative.
Un'altra indicazione ricorrente è la fatica materna: dopo un travaglio lungo, con fasi di spinta protratte, alcune donne non riescono a generare una forza espulsiva sufficiente a completare il parto, pur in assenza di anomalie fetali o distocie meccaniche evidenti. In questi casi, la ventosa fornisce un supporto alla spinta, sincronizzato con la contrazione uterina, che consente di concludere il parto per via vaginale evitando il ricorso al cesareo d'urgenza. Va specificato, però, che l'utilizzo della ventosa per fatica materna presuppone comunque che la progressione fetale sia avvenuta fino a un livello sufficiente e che le condizioni fetali siano monitorate in tempo reale.
Esistono poi condizioni materne che rendono preferibile ridurre la fase di spinta attiva: alcune patologie cardiovascolari, stati ipertensivi severi, anomalie della coagulazione o situazioni in cui lo sforzo prolungato comporta rischi specifici per la paziente. In questi contesti, la ventosa non viene usata per supplire a un problema meccanico del parto, ma come strumento di protezione materna, accorciando deliberatamente la durata della fase espulsiva.
Controindicazioni e limiti dell'applicazione
Le controindicazioni assolute al parto con la ventosa comprendono la presentazione di faccia o fronte, la prematurità severa (convenzionalmente sotto le 34 settimane di gestazione, anche se alcuni protocolli pongono la soglia a 36), i disturbi noti della coagulazione fetale — come l'emofilia o la trombocitopenia alloimmune — e qualsiasi condizione in cui la trazione sul cranio possa causare danni gravi al feto. La sproporzione cefalopelvica accertata rappresenta un limite invalicabile: applicare la ventosa in presenza di una distocia meccanica reale non solo è inefficace, ma può causare traumi fetali senza portare a nessun beneficio ostetrico.
Sul piano pratico, una delle limitazioni più rilevanti riguarda il numero di trazioni: la maggior parte dei protocolli internazionali indica che dopo tre tentavivi senza progressione, o in presenza di due distacchi della coppetta, la procedura deve essere abbandonata e si deve procedere con un taglio cesareo o, in casi selezionati, con il forcipe. Insistere oltre questi limiti espone il feto a un rischio di emorragia subgaleale — una complicanza rara ma potenzialmente grave, in cui il sangue si raccoglie tra il periostio e l'aponeurosi del cranio — e non aumenta la probabilità di successo del parto vaginale.
Tecnica di applicazione e gestione della procedura
L'applicazione corretta della coppetta richiede che il punto di contatto sia posizionato sul punto di flessione del cranio fetale, ovvero a circa tre centimetri dalla fontanella posteriore lungo la sutura sagittale; questo dettaglio tecnico non è accessorio, perché la posizione della coppetta determina l'asse di trazione e, di conseguenza, il meccanismo con cui la testa compie i movimenti di flessione e rotazione necessari per attraversare il canale del parto. Una coppetta posizionata troppo anteriormente produce invece una trazione deflettente, che aumenta il diametro di impegno della testa e riduce drasticamente le probabilità di successo.
La pressione negativa viene raggiunta progressivamente — di solito in 1-2 minuti — e la trazione viene esercitata esclusivamente durante la contrazione uterina, con la collaborazione attiva della donna che spinge. Tra una contrazione e l'altra, la trazione viene interrotta e la pressione può essere mantenuta o ridotta a seconda del protocollo in uso. L'operatore deve valutare in continuo la progressione della parte presentata, la rotazione della testa e l'eventuale distacco della coppetta, che segnala una forza eccessiva o una posizione non ottimale.
Nei centri con maggiore esperienza, la scelta tra coppetta rigida e morbida viene fatta in funzione della situazione: la coppetta rigida metallica garantisce una maggiore tenuta e viene preferita in caso di posizione occipito-posteriore o in situazioni in cui è richiesta una trazione più decisa; quella morbida in silicone è associata a minori traumi dello scalpo, a parità di efficacia nelle presentazioni in posizione ottimale. Non esiste uno strumento superiore in assoluto: la preferenza dell'operatore, adeguatamente formata dall'esperienza, rimane una variabile rilevante.
Rischi per il neonato e monitoraggio post-partum
Il profilo di rischio fetale associato al parto con la ventosa include alcune complicanze specifiche che il neonatolo deve conoscere e monitorare attivamente nelle prime ore di vita. La più comune è il tumore da parto o caput succedaneum da ventosa, un edema localizzato dello scalpo nella sede di applicazione della coppetta, che regredisce spontaneamente entro 24-48 ore e non richiede trattamento; distinta per natura e prognosi è invece la cefalea da vacuum — più propriamente cefaloematoma — raccolta di sangue tra il periostio e l'osso cranico, che può impiegare settimane a riassorbirsi e in alcuni casi richiede monitoraggio ecografico.
L'emorragia subgaleale, già citata tra le complicanze più gravi, si presenta con un gonfiore diffuso, molle e fluttuante che attraversa le suture craniche; può contenere un volume di sangue significativo, sufficiente a causare anemia o shock ipovolemico nel neonato, e richiede ricovero in terapia intensiva neonatale con monitoraggio stretto dei parametri ematologici. La sua incidenza è stimata tra 1 e 3 casi ogni mille parti operativi con ventosa, con un rischio che aumenta in presenza di applicazioni prolungate, distacchi multipli o uso sequenziale di ventosa e forcipe.
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